Europa, Italia, Notizie, Politiche 2013

Quale Italia al Consiglio Europeo?


La grande assente, la grande colpevole o forse, meglio, la vera sfida e opportunità che è stata dannosamente trascurata in questa campagna elettorale. Parliamo dell’Europa e del nostro rapporto con essa: la prossima settimana si svolgerà un importante Consiglio Europeo e non sappiamo bene con quale volto, e impressione, il nostro Paese si presenterà in quella sede. A maggio è prevista la ratifica dell’accordo sul Fondo Salva Stati, ma, in assenza di un governo stabile, la sottoscrizione rischia di saltare, poiché se lo spread vola l’intervento di BCE e del meccanismo di stabilità previsto da Fondo, condizionato dal fatto che il Paese richiedente sia in grado di rispettare gli impegni assunti, potrebbe non attivarsi. E un Paese senza governo, o con un governo debole, se non addirittura a guida di forze populiste, questo impegno non è in grado di assicurarlo.

La responsabilità in questo senso è condivisa fra i partiti tradizionali e lo scenario elettorale ci ha consegnato ciò che Morando e Funicello a gennaio ad Orvieto paventavano come principale pericolo: l’ascesa del populismo. Eterogeneo nelle soluzioni da proporre, ma unito da un nemico comune: l’Europa come essa è stata percepita. Non è un caso, se proprio su Qdr durante le primarie si esprimesse il convinto appoggio a Matteo Renzi, fra le altre ragioni, proprio per l’ approccio promosso nei confronti dell’Europa, la prima delle sue parole d’ordine in campagna elettorale. Un approccio che rovesciava radicalmente ogni logica populista, mostrando tutte le potenzialità spesso colpevolmente inesplorate dell’Unione Europea e rendeva tutti noi protagonisti.

 

Siamo onesti. L’ Europa ha una parte di responsabilità nell’aver determinato questa situazione: un’Europa sorda, burocratica, farraginosa, che dà delle lezioni, ma dove i singoli attori tendono ad essere chiusi nel proprio egoismo domestico.

È veramente lì che il PD ha mancato la campagna elettorale? Certo. Ma allo stesso tempo dobbiamo osservare come oramai, nei Paesi dove un terzo dei giovani, non ha lavoro l’ Europa ha proposto formule vuote, azioni timide se non sbagliate al fascino della “rivoluzione”, del mandiamoli tutti a casa. Pensiamo all’approvazione del bilancio pluriennale 2014-2020 che per la prima volta nella storia è inferiore in termini di risorse economiche a quello precedente, dove si taglia proprio ciò che si dovrebbe investire (Crescita e Innovazione) e dove viene si istituto un Fondo di Garanzia per la disoccupazione giovanile, ma di soli 6 miliardi. Se Barroso e van Rompuy rappresentano l’ “ancien regime” burocratico che ha “ammazzato” la politica, certo in Italia, in questa campagna elettorale, non abbiamo assistito a proposte nette, chiare, coraggiose e concrete che la potessero rivitalizzare la situazione.

La verità è che questa burocrazia europea ha accentuato quel sentimento di istituzioni chiuse e incapaci di risolvere una crisi che si sta mangiando il futuro di una e forse più generazioni. Rispetto a questo il PD, ed ogni forza riformista, non può adagiarsi.

Il nostro Paese sembra viaggiare a bordo di un Titanic per cui l’iceberg è vicino e urge correggere la rotta, poiché sappiamo bene che ad affondare per primi sono sempre i più deboli. Ecco perché, proprio per difendere i più deboli, dobbiamo riappropriarci con forza e determinazione del nostro ruolo in Europa, a partire da quelle proposte per incentivare un nuovo paradigma di crescita sostenibile, socialmente ed ambientalmente, per restituire competitività al continente e liberare risorse per sostenere misure di equità.

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