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L’Europa ritrovi il suo coraggio. Marc Lazar


L’ONDATA di attentati che ha scosso l’Europa ha fatto dire a Ilvo Diamanti (su Repubblica di ieri) che rischiamo di abituarci al terrorismo, di «routinizzare l’orrore» fino a vederlo come una sorta di fatalità, come già avviene in Israele. Ma questi tragici eventi, sanguinosi e drammatici, provocano anche forti tensioni, e soprattutto un clima generalizzato di paura, col rischio di conseguenze politiche gravi, in un’Europa che già da tempo sta diventando sempre più fragile. Il terrorismo minaccia di allargare l’alveo dei populisti, i quali a volte se ne rallegrano cinicamente.
 Lo ha dimostrato, in maniera aneddotica ma rivelatrice, l’incredibile tweet di una militante del Front National francese, a pochi minuti dalla notizia dell’attentato di Monaco: «speriamo siano stati gli islamisti, fanno guadagnare voti». C’è da chiedersi allora se dopo il XIX secolo dei parlamenti e dei nazionalismi, e il XX, segnato dai sistemi totalitari e dalle democrazie fondate sui partiti, siamo entrati oramai nell’era dei populismi.
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UNA tendenza che peraltro non riguarda solo il nostro Vecchio Continente, come dimostra l’investitura di Donald Trump alla Convention repubblicana Usa per le elezioni presidenziali. Dobbiamo dunque prendere atto delle reali dimensioni di questa formidabile sfida.
Il populismo come fenomeno globale ha una lunga storia e origini lontane, negli Stati Uniti e in Russia. Ai giorni nostri, privo com’è di una dottrina coerente, mostra una propensione camaleontica ai discorsi contraddittori, e nelle sue credenze coltiva la dicotomia: il bene o il male, il bianco o il nero, pro o contro, sì o no. Non ammette l’esistenza di questioni complesse e propone soltanto soluzioni semplici. I populismi presentano alcune caratteristiche comuni: esaltano il popolo come entità omogenea e portatrice di verità; esprimono il rifiuto e persino l’odio verso le élite dirigenti (politiche, economiche, finanziarie, intellettuali, mediatiche) descritte come una casta dominante coesa malgrado le apparenze, disonesta, corrotta, che complotta in permanenza contro il popolo usando e abusando di un potere smisurato. Allo stesso modo aborriscono tutti i partiti di governo, così come l’Unione europea. Il più delle volte si scagliano contro gli immigrati, i profughi, i rifugiati e l’islam, senza perdersi in sottigliezze. Infine, il populismo si incarna nella persona di un leader onnipotente che si richiama continuamente al popolo. Ma al di là di questi tratti comuni si notano grandi differenze.
Alcune formazioni populiste si avvicinano al nazismo (Alba dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria); altre provengono dall’estrema destra, come l’Ukip nel Regno Unito, Alternativa per la Germania, FPÖ in Austria e il Front National in Francia — anche se quest’ultimo partito sta cercando di emanciparsi dalla sua matrice originaria. Vi sono poi i populisti di sinistra, come Syriza in Grecia, Die Linke in Germania, il Parti de gauche in Francia, e in qualche misura anche Podemos in Spagna, sebbene quest’ultimo caso sia più complesso. Altre formazioni si collocano al di là della ripartizione tra destra e sinistra, come Vlaams Belang nelle Fiandre, e in un genere diverso e molto originale il Movimento 5 Stelle in Italia, mentre la Lega Nord oscilla tra l’attaccamento regionalista e una posizione fortemente di destra con Matteo Salvini. Ma esistono anche i populismi dei business men: Berlusconi in Italia, Andrej Babis col suo movimento Ano nella Repubblica Ceca, Frank Stronach in Austria, e naturalmente Donald Trump negli Stati Uniti. Questi movimenti hanno divergenze reali e profonde sull’Europa, l’euro, l’immigrazione, il terrorismo jihadista, le questioni identitarie e di costume, e presentano molte differenze sia per quanto riguarda le forme organizzative che la composizione sociologica dei rispettivi elettorati. Ma tutti quanti prosperano grazie a una serie di temi scottanti, che alimentano in continuazione.
Innanzitutto la diffidenza generalizzata verso le istituzioni, i partiti di governo, l’Unione Europea e le classi politiche nei singoli Stati. La disoccupazione e le crescenti disuguaglianze esasperano le frustrazioni sociali e la rabbia, soprattutto in settori crescenti del ceto medio, che si sentono sempre più minacciati e a rischio di andare a raggiungere la massa degli esclusi dai processi di modernizzazione e di globalizzazione. Inoltre si fa sempre maggiore la distanza tra le élite dirigenti sempre meno legittimate e una parte della popolazione che non comprende più le loro idee e il loro stile di vita, e non ne accetta le ingiunzioni. A tutto ciò si aggiungono i problemi identitari degli europei, l’inefficacia crescente dei modelli d’integrazione degli immigrati, l’ossessione degli attentati e della minaccia islamista, a fare il gioco dei movimenti interessati a esacerbare queste angosce.
Siamo dunque in un contesto gravido di pesanti minacce. Più di dieci anni fa il politologo britannico Corey Robin pubblicò un libro provocatorio e discutibile, «Paura. La politica di un dominio» (Egea, Milano, 2005) che invitava tra l’altro a operare per la giustizia e l’uguaglianza al fine di evitare che la paura vada a esclusivo vantaggio di chi punta unicamente sulla repressione. Siamo dunque in attesa di risposte forti per dare più sicurezza agli europei senza rimettere in discussione i nostri valori e la nostra filosofia dello Stato di diritto. Un esercizio tutt’altro che facile, quando i popoli sono pronti a rinunciare a parte delle loro libertà per essere più protetti, come attestano numerosi sondaggi. Ma neppure questo può bastare. Per riconquistare la fiducia serve un nuovo orientamento della politica europea, un profondo rinnovamento della nostra democrazia; dobbiamo ripensare la formazione, selezione e composizione delle nostre élite dirigenti. Un vasto programma, che comporta il superamento di un ostacolo e pone un interrogativo. L’ostacolo sta nel fatto che un cantiere come quello descritto presuppone tempi relativamente lunghi, mentre i populisti, al pari dei terroristi, giocano su tempi brevi.
Articolo intero su La Repubblica del 26/07/2016

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